La Recensione. Cinque album in sette anni, questo è il ricco bottino dei
Kings Of Leon, che sono passati nel giro di un paio di dischi da band di “nicchia”, seppur consistente, a star del mainstream musicale. Un passaggio che si è creato grazie al successo di
Only by the Night, di sicuro non il loro album migliore, ma supportato da singoli di successo come
Use Somebody e
Sex on Fire. La formula di
Come Around sundown è la stessa: finito il tempo del garage rock e della immediatezza degli esordi ecco che compaiono canzoni più ragionate, ricche di arrangiamenti e che sembrano fatte apposta per essere cantate in uno stadio da migliaia di fan. D’altronde il numero dei sostenitori dei fratelli Followill (più il cugino Matthew) è aumentato visibilmente e lo stesso Caleb, leader e voce della band, pare abbia avuto difficoltà a gestire tutto questo successo che tra parentesi include cose “insopportabili” come macchine eccessivamente costose, fidanzate modelle e milioni di dischi venduti.
Osservando le ultime due tappe dei ragazzi del Tennesse il risultato più evidente è che i
Kings of Leon abbiano perso quella genuinità che caratterizzava i loro esordi, con pezzi veloci e divertenti come King of the Rodeo e Molly's Chambers, per intraprendere una strada che da una parte li rende più maturi come band ma dall’altra più prevedibili.
Come Around Sundown è di sicuro un album onesto, probabilmente più compatto del precedente, ma che non riesce a spiccare il volo a causa della mancanza di brani trainanti che rendono il lavoro troppo omogeneo. Ci si può divertire con il doo-woop di
Mary, lasciarsi cullare dal country di
Back Down South e canticchiare la bellissima
Radioactive, ma le emozioni non sprigionano fuori come dovrebbero. Gli arrangiamenti sono ben curati, le chitarre riescono sempre a tirare fuori riff d’effetto, la sezione ritmica è davvero una bomba, come in
Pony Up, e la voce di Caleb, splendida e graffiante, si conferma ad altissimi livelli ma i “Leoni” di Nashville fanno il loro lavoro come se dovessero timbrare il cartellino. Forse le aspettative che si erano create intorno a queste album erano troppe e sarebbe ingiusto chiedere ai Kings Of Leon di pubblicare un album che rimanga nella storia del rock, ma alla luce del loro talento è più che lecito chiedere di più.
“Voglio essere dimenticato” cantavano gli Strokes (poi caduti nell’oblio con un’assenza che dura ormai da quasi 5 anni) nel loro secondo album
Room on Fire, mentre i Kings of Leon sembrano gridare “Noi ci siamo” e continuano a sfornare con periodicità quasi maniacale un album ogni anno e mezzo circa. Forse per fare il definitivo salto di qualità sarebbe il caso che i Followill si prendessero più tempo per riflettere.
Autore della recensione:
Edoardo Montefusco