La Recensione.
A distanza di cinque anni da “Nome e Cognome” Ligabue affronta di petto le sue paure ed il risultato è “Arrivederci, Mostro!”, un disco prevalentemente rock dove a dominare sono le chitarre. Il “modulo” scelto dall’artista di Correggio è quello già sperimentato più volte nella sua carriera: storie di vita, riff accattivanti, ritornelli che arrivano quando te l’aspetti e che riescono, nel migliore dei casi, a piazzarsi nella testa al primo ascolto (vedi “Un colpo all’anima”). I tempi di “Buon compleanno Elvis” sono passati da un pezzo ma il Liga, preciso e puntuale come un metronomo, ha sempre tirato fuori dal cilindro album onesti, seppur privi di quelle “hits” indimenticabili che hanno caratterizzato gli inizi della sua carriera. “Arrivederci, Mostro!” invece, risulta ancora più prevedibile rispetto agli ultimi due lavori in studio e se da un lato è possibile apprezzare il lavoro del produttore Corrado Rustici, non si può che constatare la mancanza di brani cardine che facciano viaggiare il disco. Intendiamoci, Ligabue il suo mestiere di Songwriter lo sa fare eccome. L’impressione è che, nel tentativo di trovare una nuova strada, il cantante di “Certe Notti” abbia smarrito quella freschezza che in parte emergeva nei suoi ultimi lavori. Così, da un lato il Liga viaggia verso lidi sicuri con brani “Come canterai la tua canzone”, “La linea sottile”, “Il meglio deve ancora venire”, dall’altro prova a sperimentare in “Quando mi vieni a prendere”, dove parla di un fatto di cronaca realmente accaduto (la tragedia nell’asilo di Bruxelles dove un uomo ha sparato alla maestra e ai due bambini”) indossando i panni di un bambino: “e poi è stato come quando tolgono la luce e la maestra urlava come con un’altra voce. Se non stiamo buoni arriva forse l’uomo nero/io prima ho vomitato e lui adesso è qui davvero”; un brano impegnato e certamente toccante che ha il difetto di non amalgamarsi con il resto dell’album. Ma il vero buco nell’acqua Ligabue lo fa con “Caro Francesco”, una sorta di lettera scritta per il suo amico Francesco Guccini, dove si cimenta in uno stile che non gli appartiene elargendo volgarità che si potevano francamente evitare. Meglio allora il Ligabue classico di “Un colpo all’anima”, un pezzo che non si distingue per originalità ma almeno si lascia ascoltare tutto d’un fiato o la scanzonata “Nel tempo”, dove Ligabue ripercorre i suoi 50 anni a suon di chitarre. C’è anche posto per la frivola “Taca banda”, dove compare anche il figlio dell’artista in veste di batterista.
“Arrivederci, Mostro!” è un album che si lascia ascoltare ma non verrà certo ricordato tra le migliori produzioni di Ligabue; ad un approccio più rock non corrisponde quel salto di qualità che dopo 5 anni di attesa era lecito aspettarsi. A 50 anni non si può certo chiedere a Ligabue di reinventarsi come musicista e come cantante, ma da un mostro sacro della musica italiana come lui è giusto pretendere di più.
Autore della recensione:
(11 maggio 2010) Romano Fusco