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RECENSIONE U2 No Line On The Horizon

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Title No Line On The Horizon TRACKLIST
Label Interscope 1. No Line on the Horizon
2. Magnificient
3. Moment Of Surrender
4. Unknown Caller
5. I’ll go Crazy if I Don’t go Crazy Tonight
6.Get On Your Boots
7. Stand up Comedy
8. Fez - Being Born
9. White as Snow
10.Breathe
11.Cedars Of Lebanon


The Biography
Year 2009
Genere Rock
Recorded Fez, Morocco, band’s Dublin studio, New York’s Platinum Sound Recording Studios and London’s Olympic Studios
Authors Bono, The Edge, Adam Clayton, Larry Mullen Jr., Brian Eno, Daniel Lanois
Production Brian Eno, Daniel Lanois, Steve Lillywhite
Evaluation xxxx/
1 Allison Crowe - Midnight
2 Josh Woodward - Go
3 C. S. Daggers - Changing my mind
4 S.Crossing - Don’t Get Me Started
5 First - On the road


GLI U2 TORNANO CON UN ALBUM DEGNO DELLA ROCKBAND PIU' AMATA DEL PIANETA

La Recensione. Nessuna band al mondo è capace di attirare su di sé l’attenzione come riescono a fare gli U2 quando pubblicano un album. Dal primo momento in cui mettono piede in uno studio di registrazione circolano notizie, voci, smentite, che producono una serie di ipotesi in alcuni casi veritiere in altre meno. Di questo lavoro si sapeva che in cabina di regia erano tornati prepotenti Brian Eno e Daniel Lanois, due mostri sacri che hanno traghettato gli U2 verso i più grandi successi della loro carriera. E molta curiosità aveva suscitato la scelta di registrare parte dell’album a Fez, in Marocco.
Partendo da queste premesse era chiaro che gli irlandesi volessero mettere in primo piano la musica per realizzare un album che gli avrebbe portati ai fasti degli anni ‘80, senza però tralasciare la sperimentazione, componente essenziale per riproporsi in una nuova veste. “No Line On the Horizon” non è un album facile, difficile da apprezzare al primo ascolto, ma che a lungo andare riesce a sprigionare il suo calore e la sua potenza, restituendoci quell’epica che tanto avevamo amato negli U2 e che negli ultimi anni non era mai emersa con tanta forza.

Il succo del lavoro viene dalle quattro tracce iniziali, dove ci sono le canzoni che lasciano il segno e marchiano a fuoco l’album. Il primo brano, la title-track, ci restituisce un gruppo in piena forma: chitarre taglienti stile “Achtung Baby”, Bono che canta su un registro molto alto e sembra uscito dagli anni ‘80, tutto condito dalla puntuale sezione  ritmica e dal perfetto tappeto sonoro realizzato da Eno e Lanois.  Nessuna linea all’orizzonte recita il ritornello in cui si rimane catturati da una sensazione di infinito, la stessa che ci avvolge guardando la splendida copertina realizzata da Hiroshi Sugimoto dove mare e cielo si fondono diventando una cosa sola.

Nella brillante “Magnificent” (mai titolo fu più azzeccato), una delle gemme più preziose dell’album, tutti danno il massimo mentre Bono regala versi molto significativi dal retrogusto poetico “Only Leave Can leave such a mark” (Solo l’amore può lasciare un segno simile). “Moment Of Surreder”, la canzone più lunga dell’album, si muove sulla tela lavorata da Adam Clayton e Larry Mullen che costruiscono un loop magnetico dove si inserisce Bono che disegna traiettorie altissime regalando un gospel commovente. Di seguito c’è l’ambiziosa “Unknown Caller”, che chiude idealmente la prima parte dell’album, resa intrigante dal ritornello cantato in coppia dal duo Bono – The Edge e dall’ imponente assolo di un minuto e mezzo che quest’ultimo regala alla fine del brano. Dopo i primi ventitrè minuti di musica si passa così alla parte centrale, la più accessibile dell’album, costituita dal trittico “I’ll go crazy if I don’t crazy tonight”, “Get On Your boots” e “Stand Up Comedy”. La prima è una discreta canzone pop, che scorre piacevolmente nella strofa salvo poi scivolare in un ritornello un po’ troppo facile anche se meno stucchevole rispetto a brani che avevano trovato spazio in “All that you can’t leave behind”. Il rock di “Get On Your Boots” parte proprio da dove finiva quello di  “Vertigo”, anche se il singolo apripista sembra avere una marcia in più grazie a un ritornello meno scontato e proprio per questo più interessante. In “Stand Up Comedy” gli U2 provano a parlare il linguaggio dei Led Zeppelin grazie a un riff che sembra provenire dalla chitarra dell’eclettico Jimmy Page dimostrando di non aver perso negli anni la propria attitudine verso il rock. Subito dopo si volta pagina con “Fez - Being Born”, che dopo un minuto di sperimentazioni stile “Zooropa” inizia con il suo tappeto strumentale sorretto dal pregevole lavoro di Mullen sui tamburi, capace di avvolgere con atmosfere destinate a regalare emozioni ancora più coinvolgenti dal vivo. La ballad folk “White as snow” arriva dritta al cuore, grazie alla sua delicatezza e all’intensità della performance di Bono, mentre “Breathe” colpisce direttamente allo stomaco con la ruvidità delle sue chitarre e rimane uno degli episodi più alti del disco, un tentativo riuscito di recuperare la carica esplosiva dei primi U2. La degna chiusura è affidata alla malinconica “Cedars Of Lebanon”, sorretta dalla voce profonda di Bono che indossa i panni di un cronista di guerra, regalando dei crudi versi che chiudono l’album “Scegli con cura i tuoi nemici…Non sono lì con te all’inizio ma quando finisce la tua storia. Resteranno con te più a lungo dei tuoi amici”. 

Finito l’ascolto, si avverte la sensazione che sia rimasto dentro qualcosa di profondo e si ha subito la voglia di attraversare nuovamente i sentieri di questo straordinario “No Line on the Horizon”, senza dubbio il punto più alto raggiunto dalla band di Dublino nell’ultima decade. Qui gli U2 hanno dato il massimo dal punto di vista creativo, supportati dalla genialità dei produttori, dando vita ad un lavoro dove nulla è lasciato al caso, tutti i brani hanno una vita proprio ma si amalgamano perfettamente nel contesto sonoro dell’album. Inutile tirare in ballo capolavori come “The Joshua Tree” o “Achtung Baby”, perché è chiaro che punti così alti non potranno mai essere raggiunti, ma con quest’ultima prova gli ex studenti della Mount Temple School toccano vette altissime, che diventano ancora più elevate se si pensa che Paul Hewson, Dave Evans, Adam Clayton e Larry Mullen Jr., sono sulla cresta dell’onda da quasi trent’anni e non sembrano per nulla paghi delle cose incredibili fatte sinora. Sarà la testardaggine irlandese o la voglia di misurarsi sempre con nuove sfide, fatto sta che è assolutamente giusto che gli U2 non vedano nessuna linea all’orizzonte; il loro cammino, sin qui lunghissimo, è ben lontano dalla conclusione che molti detrattori da tempo auspicano. E dopo aver assaporato questa ultima fatica del gruppo sorge una domanda: qualcuno ha ancora il coraggio di dire che Bono e soci dovrebbero andare in pensione anticipatamente? Ma per favore, non scherziamo.




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