BEN HARPER: E' ARRIVATO IL DISCO DELL'ANNO?
La Recensione.
Si
candida seriamente ad essere considerato l’album di questo 2009.
White lies for dark times conferma, se ce ne fosse bisogno, le grandi
qualità di Ben Harper che anche in questa occasione si
dimostra un artista fenomenale, capace di rigenerarsi attraverso la
collaborazione di un nuovo gruppo, i Relentless 7, una band che
è nata per caso, senza pretese, e che è pian piano
diventata un progetto a tempo pieno, come dimostra questo lavoro in
studio. La grandezza di Ben Harper sta in questa sua capacità di
tornare all’origini, proponendosi non come un leader ma come un
frontman di un gruppo nuovo che ha tanto da dire.
E così, si nota fin dalle prime note che l’aria che
si respira nel disco è fresca ed accogliente. Diciamocelo
chiaramente: il nome del rocker statunitense poteva tranquillamente
essere omesso nella copertina dell’album, visto che la scrittura
e la produzione dei brani porta ampiamente la firma dei Relentless 7,
al secolo Jason Mozersky (chitarra), Jordan Richardson (percussioni) e
Jesse Ingalls (basso e piano). E la novità è evidente
già in Number with no name, dove il folk blues del californiano
è impreziosito da una prestante base ritmica stile Black Rebel
Motorcycle Club, tanto per citarne qualcuno più contemporaneo.
Up to you now ci mostra come Ben Harper sa sperimentare sonorità
elettroniche non per forza tendenti al blues. Niente da dire sul
singolo e capolavoro Shimmer and shine, l’espressione lampante
della sua creatività musicale e della sua avvolgente e calda
vocalità. La traccia seguente è una di quelle che ti
prendono fin dal primo ascolto: Lay there and hate me, racchiude in se
40 anni di musica made in Usa, con sonorità country, blues e
jazz. C’è spazio anche per la Hendrixiana, Why must you
always dress in black. E non a caso, infatti, il californiano
è stato più volte paragonato a Jimi Hendrix per
alcune sfaccettature del suo stile e per alcune
sonorità. Tipica del suo repertorio, troviamo la splendida
ballad Skin thin, prima di incontrare la magnifica Fly one
time, scritta a due mani con Mozersky, che la impreziosisce con la sua
chitarra lineare e secca che rende perfettamente la melodia del brano,
dove spicca la voce inimitabile di Ben Harper. Keep it together (so I
can fall apart) con il suo main riff di chitarra effettato con il Wah
Wah (o cry baby, come dir si voglia), che lascia poi spazio allo slide
inconfondibile del californiano, ci riporta al vero blues anni
’70, quello filtrato dal rock britannico. Il finale
dell’album è meno scoppiettante e ritmato della prima
parte, ma ci riporta al Ben Harper dei primi lavori, che è
sempre un piacere ascoltare. Boots like these, The word suicide e
Faithfully remain, rappresentano una triade perfetta per chiudere il
cerchio di questo magnifico lavoro, ultimo solo per ordine di tempo.
Per chi non conoscesse ancora Ben Harper, consigliamo di ascoltare
questo album. Potrebbe essere una piacevole sorpresa…per chi lo
apprezza già da tempo, invece, è senz’altro una
gradevole conferma….
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